
Parabola Filosofica sulla Danza
Il nano danzò.
E il faraone guardò il nano come si guarda la vacca magra il giorno del sacrificio.
E disse:
Tu, nano pigmeo, sei già morto. Zoppo di corpo e abbondante di spirito.
Oh! Ciechi d'abbondanza i miei occhi, come il sole che trafigge nel deserto.
Il nano smise di danzare.
Guardò il faraone. E disse:
Non senti, faraone — le tue parole.
La tua lingua si contorce e perde sangue, perché sa quello che non può spiegare.
La mia danza, faraone — il terremoto cede tra le mie fibre, poiché nulla sfugge al mio corpo, ogni mutar è possibile per me.
Fumare come incenso, fluire amorfo come liquido, contrarmi in bronzo o cristallo, tagliare come coltello, guarire come benda lenitrice.
Attorcigliare le mani come un cesto di vimini.
Strizzare il ventre come si fa con la pezza per levargli l'acqua.
Io posso tutto perché sono tutto quando danzo.
Il bacio mutilato.
L'assaggio breve di Ra mi bagna come vino aspro le labbra, al ritorno della notte delle mie danze.
Il faraone ascoltò. E nella sua voce, quando parlò, c'era qualcosa che assomigliava alla sete — e alla paura di chi riconosce nell'altro ciò che ha perduto per sempre:
Morirai per me ad ogni inondazione del Nilo.
Ad ogni sorgere di Sirio nel cielo.
Ed io farò sopravvivere solo ai miei occhi l'esperienza di cui non posso dir nulla.
Il nano scrutò gli occhi del piccolo faraone — fiori di loto amari brillavano negl'iridi del trono.
Senza pietà.
Senza crudeltà.
Poi disse:
Acciuffami tra le tue grandi mani — ti accorgerai che davanti a te io sono la sabbia e l'oasi di cui t'illudi.
Ti sporchi di me nel sangue dell'acqua in cui ti specchi per abbeverarti.
E danzò di nuovo.
Ogni giorno. Morendo ogni giorno.
Tornando ogni giorno — segnato dal filo d'argento a cui si appendeva, legato al soffitto del cielo.
Il nano non danzava per il faraone.
Danzava perché era l'unico modo che conosceva per esistere.
Il faraone lo guardava perché era l'unico modo che aveva per toccare qualcosa che non poteva possedere.
Tra loro — quella distanza.
Quella distanza esatta che separa il potere dall'estasi.